Genitori ad alto contatto e la perfezione della natura

Cosa fa una #ladymamma ad alto contatto? Cerca di assecondare la natura, i bisogni dei suoi bambini e quell’istinto naturale che è dentro ognuno di loro.

 

Prima di diventare mamma non conoscevo affatto il mondo dei neonati e pensavo che piangessero ogni tanto; tipo una volta al giorno, per allenare un po’ le corde vocali. Inutile dire che quand’ero ancora in ospedale ho capito subito che le cose stavano diversamente e che i bambini piangevano se avevano fame, se avevano bagnato il pannolino, se avevano caldo, se avevano sonno o se erano scomodi.

 

Il pianto, per il bambino piccolo, è una forma di comunicazione. Noi parliamo, usiamo differenti toni di voce, loro invece piangono. Anche loro però lo fanno in modo diverso a seconda del tipo di richiesta.

 

Se però un bambino ha mangiato, ha dormito, è pulito ma continua a piangere… Allora che cos’è? Cosa non va? Come interpretare il suo pianto? Anche quel pianto risponde a un bisogno ben preciso, un bisogno insito in ognuno di noi: quello del contatto. Del resto non è un mistero che i bambini vogliano stare sempre in braccio alla mamma.

 

Ho avuto la fortuna di partorire a giugno, quando ormai faceva caldo, e dunque ho potuto rafforzare ancor più il bisogno di alto contatto della mia bimba, quello che in gergo si chiama “contatto pelle a pelle”. Ad aiutarmi in questa impresa - perché anche se parliamo di  appena 3-4 chili, a metà giornata si sentono tutti sulla schiena! – hanno contribuito le fasce portabebè.

 

Adesso la mia bimba ha tre anni e sono molto felice perché ho notato che, da allora, sono sempre di più le neomamme che incontro per strada e utilizzano le fasce. L’uso della fascia portabebè, che ancor più del marsupio “fonde” in un’unica persona la mamma e il bambino, viene altamente consigliato con i bimbi prematuri perché si è visto che i neonati che stanno a stretto contatto con la mamma, si fortificano più velocemente. La fascia, in fondo, è un po’ come continuare la gravidanza anche dopo la nascita del piccolo (la famosa esogestazione). Il babywearing - così si trova spesso in internet - è proprio uno dei capisaldi del maternage ad alto contatto.

 

Ma più precisamente, cosa significa essere genitori ad alto contatto? E’ un po’ il ritorno alle origini, quando le donne stavano a casa e avevano molto tempo da dedicare ai propri figli, ragion per cui li allattavano molto più a lungo.

 

Anche l’allattamento prolungato sta tornando di moda, se così si può dire, dopo il boom del latte artificiale degli anni passati. Chi è nato negli anni 70-80 è probabile che sia stato cresciuto con il latte in polvere, una scoperta dell’epoca che si pensava essere più nutriente del latte di mamma. Poi si è capito che le cose non stanno proprio così.

 

Noi genitori ad alto contatto, di solito, pratichiamo anche il co-sleeping, ovvero dormiamo assieme ai nostri bambini. Superati i primi mesi, quando la bimba era ancora molto piccola e avevamo paura di nuocerle durante il sonno, abbiamo cominciato a dormire tutti e tre nello stesso letto. Lo dico subito: il cosleeping non è per tutti, magari per te non è la soluzione migliore.  Però ti assicuro che il tempo passa in fretta e che poi quegli abbracci e persino quei calci in piena notte ti mancheranno!

 

Ricordo ancora il giorno in cui mia figlia è venuta da me – un mese prima di compiere tre anni – per dirmi: “Mamma, stasera faccio la nanna nella mia cameretta”. Il tutto è successo senza pianti e traumi, ma con molta naturalezza. Era arrivato il momento e lei lo aveva capito da sola.

 

Ecco, essere genitori ad alto contatto in fondo è proprio questo: seguire la natura, i suoi bisogni, e quell’istinto naturale che è dentro ogni bambino e che noi genitori dobbiamo provare ad assecondare.

 

 

RUBRICA A CURA DI ILARIA CUZZOLIN



Giornalista, mamma e blogger, parla di risparmio, consigli per gli acquisti, rapporto con i bimbi, problemi di mamma e tanto altro.
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